Tutto comincia il 23 Ottobre 2020, quando il Tribunale costituzionale polacco boccia la legge sull’aborto, risalente al 1993: essa infatti permetteva alle donne polacche di abortire, non come propria scelta o diritto, ma soltanto in tre casi particolari: se la gravidanza rappresentava un pericolo di vita per la donna, per malformazione del feto o per stupro. In più lo stesso disegno di legge proposto abolisce l’educazione sessuale nelle scuole.
I primi movimenti per una maggiore libertà nella scelta di abortire in realtà risalgono al 2016. L’ostacolo insormontabile in cui le donne polacche sono andate a inciampare è stata la coalizione fra Diritto e Giustizia (Pis, partito ultraconservatore in carica) con la Chiesa; la Polonia infatti, nonostante si stia attualmente assistendo a un processo di laicizzazione del paese, è storicamente una nazione fortemente cattolica.
Per essere più precisi, la questione ha radici ancora più profonde. Già nel 2016, si era attivato un movimento di “protesta in nero”, colore che le donne polacche indossavano per scendere in piazza. Stavano chiedendo di ottenere una legge che tutelasse un diritto insindacabile di ogni donna e cosa è successo? Il disegno di legge proposto viene respinto dal Pis, sollecitato dai vescovi cattolici polacchi.
A 4 anni di distanza, le donne polacche sono stanche. Vogliono, pretendono il diritto di scegliere (avrete sicuramente sentito parlare dell’espressione pro-choice in opposizione al movimento pro-life, che nega il diritto all’aborto in qualsiasi situazione). La miccia che fa esplodere la bomba è proprio l’ulteriore rifiuto del 23 Ottobre. Esattamente una settimana dopo, più di 100.000 persone sono scese in piazza a Varsavia in protesta di fronte a un altro no, nonostante la pandemia di Covid-19 in corso.
La protesta, che è partita da Varsavia e successivamente si è estesa in molti centri della Polonia, portata avanti da tutti coloro che sostengono la causa, si trasforma in una vera e propria guerra: fra striscioni che insultano (giustamente) il Pis e la Chiesa, scontri con la polizia e l’estrema destra, le donne polacche non si fermeranno finché non gli sarà concesso un loro diritto, quello di abortire.
Nonostante non si riconosca un vero e proprio leader di questo movimento, una figura che si è sicuramente distinta è quella di Marta Lempart, attivista lebisca per i diritti civili e sociali, che si è esposta non soltanto sotto un punto di vista economico (infatti il rifiuto a garantire l’aborto tende a sviluppare un fenomeno di delocalizzazione degli aborti, andando a “gravare” su strutture ospedaliere straniere) ma soprattutto Marta Lempart si è affiancata a tutte quelle donne, alle quali è stato negato un diritto, che non sono state prese in considerazione da nessuno per l’ennesima volta e contro le quali, come spesso succede, sono state prese decisioni al posto loro.
Kasia Smutniak, oltre ad essere un’attrice, è anche un’attivista e “si sente femminista”. L’attrice, nata in Polonia naturalizzata italiana, si è esposta sulla situazione polacca sui social con un post su Instagram, dando grande sostegno alla causa e dedicandone bellissime parole, che vi lascio di seguito.
Noi in Italia, così lontani, cosa possiamo trarre da questi avvenimenti? In un paese mentalmente regredito e indietro come il nostro, il concetto di insegnare educazione sessuale nelle scuole è inconcepibile (nonostante negli ultimi anni, gli orizzonti si sono minimamente estesi); fortunatamente abbiamo una legislazione che tutela le donne nel momento in cui decidono di abortire. Certo, sarebbe ancora meglio se in Italia, l’educazione sessuale venisse inserita nelle nostre scuole ma, purtroppo, adottiamo spesso un’attitudine “vittoriana”, troppo colma di pudore, contro queste tematiche.
Attualmente il governo polacco si è tirato indietro dalla formulazione di una nuova legge sull’aborto, deludendo le migliaia di donne polacche, alle quali sta rivolgendo le spalle; questo, come citato prima, causerà una maggiore delocalizzazione degli aborti e, inevitabile aggiungerlo ed evidenziarlo, favorirà anche l’attuazione della pratica in clandestinità.
Una cosa però è certa: tutte le donne, e soprattutto quelle polacche, non si fermeranno finché non sarà consentito avere la scelta di abortire nel proprio paese e in sicurezza.
Germana Vitale, V ^E
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